Indici di integrazione degli immigrati in Italia

Le potenzialità di integrazione
Questo VII Rapporto del CNEL sugli Indici di integrazione degli
immigrati in Italia fa riferimento ai dati statistici del 2008, gli ultimi
compiutamente disponibili.

Su di essi sono costruiti i tre indici (ciascuno sulla base di cinque
indicatori): di attrattività territoriale (incidenza sui residenti, densità
per km quadrato, stabilità/nascite, ricettività/saldo anagrafico, ricongiungimenti
familiari); di inserimento lavorativo (assorbimento del mercato
del lavoro, reddito da lavoro dipendente, differenziale retributivo di
genere, lavoro in proprio); di inserimento sociale (dispersione scolastica,
accessibilità al mercato immobiliare, concessioni di cittadinanza,
coinvolgimento nella criminalità, costitutività familiare).
Con riguardo a quest’ultimo indice non risultano purtroppo,
ancora una volta, disponibili i dati utili su accesso e fruizione dei servizi
sanitari.


Sulla base dei due indici relativi all’inserimento lavorativo e
sociale sono costruiti l’indice finale assoluto (riferito ai soli immigrati)
e l’indice finale relativo (comparativo tra immigrati e italiani) che fanno
la graduatoria delle regioni e delle province rispettivamente con condizioni
più o meno favorevoli ai processi di integrazione e con condizioni
di inserimento socio occupazionale più o meno paritarie tra italiani ed
immigrati.
Le analisi riferite alle regioni e alle province indicano ovviamente
che le potenzialità di integrazione sono maggiori dove si coniugano le
migliori condizioni di inserimento occupazionale e sociale; il rapporto,
inoltre, conferma che i processi di integrazione sono favoriti nei contesti
più piccoli, dalle famiglie, alle piccole imprese, alle città a dimensione
più umana.
L’Emilia Romagna (con Parma e Reggio Emilia al primo e
secondo posto della graduatoria delle province) si conferma al primo
posto soprattutto perché risulta prima rispetto all’indice dell’inserimento
sociale mentre è solo quinta rispetto a quello dell’inserimento occu001_064_Documenti_12
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pazionale, dopo Lombardia, Toscana, Lazio, Friuli Venezia Giulia.
Lombardia e Lazio spaccano nella graduatoria la compattezza di testa
delle regioni del Nord Est rispetto a Veneto e Trentino, seguiti immediatamente
dalla Toscana.
La dinamicità delle regioni del Centro Italia, Lazio e Toscana, è
una novità.
Le regioni del Mezzogiorno si collocano tra l’8° posto della
Sicilia e l’ultimo della Sardegna che ha “un potenziale di integrazione
degli immigrati pari alla metà di quello dell’Emilia Romagna”.
Ma la Sicilia, particolarmente con Enna, Palermo, Catania e
Siracusa offre “le condizioni di inserimento socio occupazionale più
paritarie tra immigrati e italiani”. E’ la prima nella graduatoria comparativa.
E’ seguita dal Piemonte, soprattutto con Biella, dal Molise e dalla
Sardegna, che pur è ultima nella graduatoria assoluta. L’Emilia
Romagna è solo al 12° posto nella graduatoria comparativa!
Una novità di questo Rapporto, rispetto all’analisi territoriale di
regioni e province, è l’analisi rivolta alle maggiori collettività nazionali
rispetto a inserimento occupazionale e criminalità, “con risultati innovativi
e lontani dai pregiudizi”.
Le comunità più numerose di Romania, Albania, Marocco rispetto
all’inserimento occupazionale sono intersecate nella graduatoria da
quelle di India (2a dopo la rumena), Moldavia (3°) e Ucraina (5° dopo
l’albanese), favorite rispetto ai valori assoluti delle prime (occupati,
nuovi assunti, saldi occupazionali, titolari di impresa) dalle “variazioni
annuali” rispetto a occupati, saldi occupazionali, tasso di conversione
delle ore lavorate in posizioni a tempo pieno, retribuzioni.
Con riferimento all’equazione “più immigrazione più criminalità”
il Rapporto rappresenta i dati 2005-2008 per i quali “l’aumento degli
immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle
denunce penali nei loro confronti” e le stesse collettività considerate di
volta in volta “canaglie” sono interessate da una quota percentuale di
denunce penali inferiore alla loro quota sui residenti stranieri: Romania
-6,5 punti, Albania -4,8 punti, Cina Popolare -1,8 punti.
Pur in questo quadro, il Rapporto sottolinea alcune criticità. “Le
maggiori collettività africane (Marocco, Senegal, Tunisia, Nigeria ed
Egitto) totalizzano il 29,6% delle denunce presentate contro gli stranieri
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a fronte di una quota del 18,7 % sui soggiornanti.” Particolarmente critica
è la esposizione dei marocchini.
Come gli altri Rapporti, anche questo, dunque, non misura i
livelli di integrazione effettiva degli immigrati nelle diverse regioni e
province italiane, ma le potenzialità, le condizioni più o meno favorevoli
per lo sviluppo e per il buon esito di processi di integrazione.
Il Rapporto evidenzia, particolarmente, come in Italia non risultano
contesti territoriali potenzialmente né oltremodo sfavorevoli né spiccatamente
incentivanti rispetto ai processi di integrazione degli immigrati.
Il Rapporto offre ai decisori politici di ogni livello istituzionale
la conoscenza del quadro complesso della realtà immigratoria italiana, li
sollecita alla verifica e al confronto, ad individuare le criticità e a mirare
le nuove azioni.
Le criticità e l’urgenza di una politica lungimirante
Questo Rapporto è reso pubblico mentre il Governo presenta il
Piano per l’integrazione nella sicurezza Identità e Incontro, cioè la sua
strategia sulle politiche per l’integrazione per le persone immigrate.
Le criticità messe in luce da questo e dai più recenti Rapporti ci
permettono una prima valutazione di questo documento programmatico
del governo.
E’ un punto di chiarezza di rilievo nel documento governativo la
individuazione di un modello italiano di integrazione da un forte contenuto
personalistico.
Protagoniste dell’integrazione non sono le culture in astratto ma
le persone nei luoghi della vita di tutti i giorni, dal lavoro, alla scuola, al
quartiere.
E’ la valorizzazione della esperienza di questi anni nei territori,
come documentato anche da questo VII Rapporto, sostenuta da un grande
impegno politico delle istituzioni e sussidiario, con associazionismo
e volontariato, delle comunità locali.
Il documento prende le distanze sia dalle pretese dell’assimilazionismo
che dalla tolleranza del multiculturalismo con la codificazione
delle diversità. Entrambi questi modelli, d’altronde, sono in profonda
crisi in Europa, nei Paesi di più antica tradizione immigratoria.
L’idea di integrazione della nostra esperienza si fonda sulla valorizzazione
di un dialogo e di un confronto rispettosi tra culture diverse.
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Più questi sono autentici, più tendono a un reciproco arricchimento, a
una crescita comune, alla prospettiva di una società nuova che sta già
crescendo.
In essa le diversità convivono e si affermano condizioni nuove di
coesione, nel presupposto, ovviamente, della condivisione e del rigoroso
rispetto dei valori della nostra Costituzione.
L’obiettivo è tanto più complesso in una fase in cui tutti si devono
misurare con tante insicurezze minacciose, dalla crisi finanziaria
della globalizzazione, alla crisi economica, ai rischi del terrorismo e
delle guerre, alle forti tensioni religiose e tra culture.
C’è da auspicare che questo punto di chiarezza sulla condivisione
del modello di integrazione liberi la politica governativa sull’immigrazione
da una logica di identificazione con l’emergenza sociale e la
sicurezza pubblica.
Questa politica con recenti misure, tra le quali alcune riassorbite
in Parlamento, altre cancellate dalla Corte Costituzionale, ha messo a
rischio diritti civili riconosciuti dalla Costituzione ad ogni persona e
soprattutto ha creato un clima che serve a suscitare gli istinti di una subcultura
xenofoba, che compromette una ordinata convivenza civile ed è
al servizio di miopi identità elettoralistiche.
I problemi della sicurezza ci sono, i cittadini italiani ed immigrati
li avvertono con grande apprensione e vogliono risultati, ma occorre
promuovere consapevolezza che le nuove presenze acuiscono criticità
già presenti nella nostra organizzazione pubblica.
Così è nella giustizia, e nelle situazioni sociali già patologiche
abbandonate da anni a se stesse, soprattutto nelle periferie delle aree metropolitane
e nei territori della malavita organizzata, nella piaga estesa del
lavoro irregolare, nella illegalità diffusa, nell’agricoltura meridionale.
Sono situazioni che vanno comunque affrontate, senza accrescere
diffidenze e timori generalizzati nei confronti dei cittadini immigrati
e tra loro stessi.
Non aiutano questo nuovo percorso auspicabile due limiti di
impostazione del documento governativo.
Innanzitutto è indicato un quadro di riferimento della presenza
straniera in Italia che misconosce totalmente le ragioni strutturali, demografiche
ed economiche, per cui l’immigrazione è fattore decisivo del
nostro sviluppo.
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L’analisi è che, nel quadro dei robusti e incomprimibili flussi
migratori della globalizzazione, l’Italia “ è divenuta nell’ultimo decennio
paese di ingenti pressioni migratorie che ne stanno condizionando
profondamente l’assetto sociale.”
L’altro limite è che, nell’ individuare e affrontare i punti di difficoltà
dei processi di integrazione, essi non vengono riconosciuti come
criticità dell’organizzazione sociale già esistenti che condizionano
pesantemente gli stessi cittadini italiani.
La promozione dei processi di integrazione possono diventare
l’opportunità per un cambiamento buono per tutti; per questo le relative
politiche, per essere efficaci, devono essere organiche, cioè devono
includere i problemi dei cittadini immigrati nelle politiche generali dei
diversi settori, dove le questioni sono comuni a italiani e immigrati.
Anche le politiche mirate alle specifiche esigenze dei cittadini
immigrati, come la promozione dell’apprendimento dell’italiano, la formazione
degli operatori dei servizi, l’impiego dei mediatori culturali
ecc., promuovono o rafforzano una cultura di efficacia sociale della pubblica
amministrazione, di umanizzazione e personalizzazione dei servizi
sociali pubblici e privati, richieste dalla società per tutti i cittadini.
L’uno e l’altro limite tolgono alle misure contenute in alcuni dei
cinque assi di iniziativa del documento del Governo (Educazione e
apprendimento: dalla lingua ai valori; Lavoro; Alloggio e governo del
territorio; Accesso ai servizi essenziali; Minori e seconde generazioni),
in particolare a quelli sulla casa e sulla scuola, quella valenza generale
che fa delle politiche di integrazione una straordinaria opportunità riformatrice
della nuova società italiana.
Nell’Asse Alloggio l’orizzonte è quello limitato delle politiche
mirate, ma manca il tema centrale della politica della casa come un
diritto sociale il cui misconoscimento ormai costituisce una gravissima
emergenza per una sempre più estesa fascia di cittadini italiani ed
immigrati.
Il loro impoverimento per i bassi redditi da salari e pensioni
ovvero per inoccupazione e disoccupazione non riesce a far fronte agli
affitti e tanto meno ai mutui eventualmente contratti.
Nell’Asse Educazione, le politiche mirate per l’integrazione scolastica
dei figli delle famiglie immigrate, dalla composizione delle classi
all’apprendimento dell’italiano come L2, all’impiego dei mediatori
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culturali, alle attività para ed extrascolastiche per la conoscenza delle
culture di origine, sembrano relegate in una logica compensativa.
Esse, invece, dovrebbero essere collocate in un rinnovamento
complessivo dei contenuti educativi e didattici in termini interculturali
che riguardi ed integri la formazione di tutti gli allievi. La promozione
interculturale deve ispirare la riforma dei programmi scolastici e la formazione
di base e in servizio dei docenti.
I problemi indicati nel documento sono problemi squisitamente
didattici per i quali il punto è quello di mettere le scuole in grado di
affrontarli, integrando socializzazione e apprendimento, con le risorse
essenziali necessarie, con la loro autonomia, anche con la valorizzazione
delle intese interistituzionali e di rete nel territorio.
Diversamente, ancora una volta, è un modo di far carico all’immigrazione
di disfunzioni della nostra organizzazione sociale, in questo caso
la scuola, a danno dei cittadini italiani, di fare vivere l’immigrazione come
un fardello, invece di valorizzarla come la grande opportunità per i nostri
giovani per aprirsi alle culture e ai valori della globalizzazione, senza soggiacere
alla sua esclusiva dimensione finanziaria ed economica.
Occorre, inoltre, una politica scolastica, con la programmazione
di risorse adeguate e non lasciata soltanto, come oggi, alla buona volontà
di dirigenti e docenti, che ridia vigore alle pratiche educative della
migliore esperienza della scuola italiana, della scuola come “comunità
educante”, in grado di mobilitare corresponsabilità e risorse, familiari ed
istituzionali, nel cuore stesso dei processi educativi.
Il coinvolgimento delle famiglie, italiane ed immigrate, e l’integrazione
della scuola con i servizi del territorio sono decisivi rispetto al
fenomeno complessivo del dropout che interessa le fasce sociali più
deboli e in misura sempre più preoccupante i figli delle famiglie immigrate
in termini di ritardi, ripetenze, abbandoni e selezione sociale nella
prosecuzione degli studi.
Essi, ancora una volta, non servono solo a migliorare il successo
scolastico e l’integrazione dei giovani di origine straniera, ma anche ad
affrontare, in modo efficace, i sempre più gravi disagi giovanili che investono
la scuola.
Insomma, i problemi culturali e didattici posti dai giovani delle
famiglie immigrate, oltretutto sempre più nati in Italia, dovrebbero essere
un riferimento centrale della riforma della scuola (da non identificare
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con l’emergenza educativa dovuta al drastico ridimensionamento delle
risorse), tanto è il rilievo di questa presenza nel futuro dell’Italia.
L’Asse Seconde generazioni è molto sommario e non sembra
dare il giusto rilievo al fatto che i protagonisti del più importante processo
di integrazione insieme ai giovani italiani, a partire dalla scuola, sono
le seconde generazioni dell’immigrazione, giovani nati e/o cresciuti in
Italia, che vivono nella nostra società, condividono modalità di vita,
legami, esperienze, ideali.
Le nuove generazioni di immigrati si sentono cittadini a pieno titolo,
hanno cultura e attese per il loro futuro identiche a quelle dei loro coetanei
italiani e, rispetto alle condizioni di vita e di lavoro, hanno legittime
aspirazioni di riscatto anche per i sacrifici dei loro genitori, con nessuna
disponibilità alla costrizione degli stessi percorsi. Una stratificazione etnica
del mercato del lavoro sarebbe foriera di gravi conflitti sociali futuri.
Con la realtà dell’integrazione scolastica non si può non fare i
conti, perché dal suo esito dipendono la coesione sociale, la qualità della
convivenza civile dell’Italia.
L’insuccesso scolastico avvia al rischio di lavori dequalificati, da
immigrati, alimentando nei giovani delle famiglie immigrate la convinzione
di subire un’ingiustizia, quindi un potenziale di conflitti sociali, di opposizione
alle istituzioni e alla società, come avvenuto ad esempio in Francia.
Dal percorso scolastico delle seconde generazioni emergono, più
che da qualsiasi altro aspetto della vita sociale, la qualità dell’integrazione,
le condizioni della loro identificazione nazionale non cristallizzata
nel passato e tanto meno a base etnica, l’idea di società per il nostro futuro
che però si sta già affermando. Sono le seconde generazioni che mettono
in discussione gli stereotipi dell’integrazione.
I contenuti dell’Asse Lavoro, diversamente dalle valutazioni
degli altri Assi, rispondono meglio ad un obiettivo riformatore nell’interesse
di tutti i lavoratori e con la centralità della formazione come la
risorsa fondamentale per evitare l’emarginazione dai nuovi processi produttivi,
rispetto alla quale, come mostra la crisi economica in atto, sono
particolarmente a rischio i lavoratori immigrati.
L’obiettivo giusto è contrastare l’attuale prevalenza dei percorsi
informali rispetto al lavoro.
La loro conseguenza particolarmente per i lavoratori immigrati
sono l’impiego irregolare, con molti incidenti sul lavoro, la perdita della
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presenza legale, la mancanza di mobilità professionale e la stratificazione
del mercato del lavoro su base etnica, dannosa per i lavoratori immigrati,
ma anche italiani, lo sfruttamento da parte della criminalità organizzata.
Le misure individuate, come richiesto da tempo dal CNEL, sono
per un piano integrato di contrasto al lavoro irregolare, per una improcrastinabile
riqualificazione della rete pubblica e privata dei servizi e
delle politiche attive per l’impiego.
Essa va integrata con un sistema organico di orientamento, di
formazione professionale, di incontro tra domanda ed offerta, per gli
immigrati fin dai Paesi di origine, sviluppando quanto già previsto nel
nostro ordinamento, per una efficace programmazione dei flussi e per un
qualificato inserimento lavorativo.
A questi fini vanno anche valorizzati bilateralità, reti associative
e cooperazione.
Vi è un importante riconoscimento di flessibilità in materia di
permessi nei casi di disoccupazione, tanto più richiesta in questa situazione
di crisi.
Il documento afferma che “la temporaneità dei permessi di soggiorno
per lavoro va coniugata più strettamente con le politiche attive e
gli strumenti di reimpiego dei lavoratori al fine di scongiurare la dispersione
dei lavoratori stranieri nel lavoro irregolare alimentando la catena
dello sfruttamento della manodopera immigrata.” Il passo ulteriore può
essere una nuova normativa.
E’ dunque un documento programmatico che dovrà avere riscontro,
per avere efficacia, in politiche specifiche e in necessari adeguati stanziamenti.
Ma la politica nazionale sull’immigrazione deve aprirsi con
maggiore coraggio ad una prospettiva lungimirante che sia coerente con
la sua natura strutturale e che dia prospettiva e rinnovato vigore ai processi
di integrazione, sostenuti con grande impegno al livello locale, istituzionale
e sociale.
Mancano, come abbiamo visto, a questo fine la prospettiva di
politiche nazionali organiche di riforma sociale, dalla casa alla scuola, e
di superamento delle precarietà nella regolazione della programmazione
dei flussi e della presenza legale. Manca quel segnale forte, coerente con
il modello italiano di integrazione qui condiviso, del diritto al voto
amministrativo e di una nuova regolamentazione della cittadinanza, quest’ultima
ad iniziare dai giovani nati e/o cresciuti in Italia.

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