PRODUTTIVITÀ, CONTRATTAZIONE, SALARI, DISTRIBUZIONE DEL REDDITO

Nel dibattito corrente sulla questione salariale si intersecano due questioni rilevanti: il
basso livello delle retribuzioni italiane, valutate sia nella loro dinamica recente sia nel
confronto con le principali economie avanzate; il ruolo di incentivo svolto dai salari, che
risulta amplificato in un contesto in cui la produttività del lavoro è stagnante da oltre un
quinquennio.


1. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti
Dal 1990 al 2007 le retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente deflazionate con
l’indice dei prezzi al consumo, indice di riferimento per la contrattazione, sono cresciute a
un tasso modesto, pari su base annua allo 0,6 per cento2. Utilizzando il deflatore dei
consumi nazionali delle famiglie, che a differenza dell’indice dei prezzi al consumo
include i fitti imputati per le abitazioni di proprietà, l’incremento appare ancor più
contenuta, appena lo 0,2 per cento all’anno. Questo andamento si contrappone alla
crescita molto più sostenuta dei vent’anni precedenti: dal 1970 al 1990 le retribuzioni pro
capite sono aumentate in media del 2,8 per cento all’anno utilizzando l’indice dei prezzi al
consumo e del 2,3 utilizzando il deflatore dei consumi di contabilità nazionale.
Questi valori sono relativi ai salari al netto dei contributi sociali pagati dai datori di
lavoro, ma non di quelli pagati dai lavoratori né delle imposte sul reddito. Marino e
Staderini [2008] stimano per il periodo 1990-2007 un forte aggravio di imposizione per i

1
Banca d’Italia, rispettivamente Servizio Studi di struttura economica e finanziaria e Servizio Statistiche
economiche e finanziarie. Le opinioni qui espresse non impegnano in alcun modo l’Istituto di appartenenza.
Ringraziamo Raffaella Nizzi, Alfonso Rosolia e Roberto Torrini per l’aiuto fornitoci nella preparazione di
questa nota.
2
Anche tenendo conto delle caratteristiche individuali dei lavoratori, esiste un differenziale positivo in favore
dei dipendenti del settore pubblico, che si è ampliato fortemente all’inizio degli anni novanta e si è stabilizzato
da allora. Il differenziale per il complesso dei lavoratori del settore pubblico, modesto negli anni ottanta, è
risultato pari in media al 12 per cento nel periodo 1993-2006, sulla base dei dati dell’Indagine sui Bilanci delle
Famiglie Italiane della Banca d’Italia [Giordano 2008]. Utilizzando gli stessi dati, si calcola che il differenziale
grezzo di genere per le retribuzioni orarie nette risulti in diminuzione dal 5 per cento del valore mediano
maschile nel 1995 al 3 per cento nel 2006. A parità di caratteristiche dei lavoratori e tipo di occupazione, il
differenziale si amplia e risulta crescente dal 7 per cento nel 1995 al 9 nel 2006 [Zizza 2008]. Il tasso di
rendimento privato dell’istruzione è pari a circa il 9 per cento, un valore superiore a quello di investimenti
finanziari alternativi (ad esempio in titoli); è lievemente superiore nelle regioni meridionali rispetto al CentroNord,
per effetto di un maggior impatto dell’istruzione sulla probabilità di occupazione [Cingano e Cipollone
2008].
Produttività, contrattazione, salari, distribuzione del reddito
3
contribuenti senza carichi familiari e una sostanziale stabilità per quelli con familiari a
carico3. Considerando un lavoratore dipendente con un salario pari a quello medio, per
esempio, a fronte di un aumento cumulato della retribuzione lorda reale dell’11 per cento,
quella netta cresce di meno del 4 per cento se il lavoratore non ha carichi familiari e del 10
per cento in presenza di coniuge e due figli a carico.
Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri
principali paesi europei. Secondo dati dell’Eurostat relativi alle imprese dell’industria e dei
servizi privati, nel 2001-02 la media della retribuzione lorda oraria era, a parità di potere
d’acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia,
Germania e Regno Unito. L’Italia mostra, come la Francia, un profilo ascendente per età,
mentre in Germania e nel Regno Unito il profilo è a U rovesciata: le retribuzioni
raggiungono un apice in corrispondenza delle età più produttive, calano negli anni
successivi (fig. 1). Le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono più contenute per i
giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più
anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate.
A questi livelli più bassi delle retribuzioni lorde si aggiunge in Italia un carico fiscale
sul lavoro tra i più elevati nel confronto internazionale. Dalla fine degli anni novanta sono
stati introdotti vari provvedimenti volti a ridurre il cuneo fiscale a carico sia dei datori di
lavoro sia dei lavoratori [Marino e Staderini 2008]. Per quanto riguarda i primi, tra il 1999
e il 2007 il cuneo fiscale si è ridotto di quasi 3 punti percentuali del costo del lavoro. Per i
lavoratori, la riduzione è stata meno netta e dipende dalla presenza di carichi familiari e
dal luogo di residenza, a causa del peso crescente delle addizionali locali all’Irpef.
Nonostante questi provvedimenti, nel 2007 il cuneo fiscale per una lavoratore dipendente
senza carichi familiari con una retribuzione lorda pari a quella media era pari in Italia al 46
per cento del costo del lavoro, contro una media del 43 per cento nei paesi dell’area
dell’euro e del 38 per cento in quelli dell’OCSE; in presenza di un coniuge e due figli a
carico, il cuneo era pari al 34 per cento, rispetto al 32 dell’area dell’euro e al 27 dei paesi
dell’OCSE. La retribuzione netta, calcolata a parità di potere d’acquisto, risultava così
inferiore di circa il 23 per cento a quella media dell’area dell’euro.
Questi dati rappresentano valori medi e risentono delle diverse caratteristiche
individuali dei lavoratori e delle loro occupazioni; parte delle differenze è per esempio
spiegabile con il più basso livello di istruzione della manodopera italiana. Utilizzando i
dati del Panel europeo delle famiglie, si può stimare un’equazione dei salari
congiuntamente per Italia, Francia, Germania Ovest (inclusa Berlino) e Regno Unito.
Nella tavola 1 si riportano i risultati della regressione del logaritmo della retribuzione
mensile netta su età ed età al quadrato e dummies per sesso, titolo di studio, lavoro parttime,
settore e paese per due definizioni di retribuzione: quella corrente al momento
dell’intervista e quella media percepita nell’anno precedente (ottenuta dividendo il totale
annuo per il numero dei mesi lavorati). Nel 2001, a parità di caratteristiche individuali, le
retribuzioni mensili nette correnti in Francia, Germania Ovest e Regno Unito erano più
alte che in Italia rispettivamente del 34, 21 e 41 per cento, esprimendole in euro, e del 26,
10 e 18 per cento, valutandole a parità di potere d’acquisto. I risultati sono simili per i
salari medi percepiti nel 2000, anche se il differenziale sembra diminuire per il Regno
Unito.

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