Quantitative Easing BCE: Cos’è e Importanza, le Novità di Draghi per il 2018

Si chiama ‘allentamento quantitativo’ (o, in inglese, ‘QE-Quantitative Easing’) il metodo con cui una Banca centrale tenta di contrastare un’inflazione troppo bassa iniettando liquidità in un sistema finanziario sotto il suo controllo ed è uno strumento a cui sono già ricorse, in tempi recenti, Inghilterra e Stati Uniti nel 2008 e il Giappone nel 2006.

Questa misura si considera fortemente espansiva e viene adottata a corredo agli interventi più classici adottati dalle Banche centrali che tipicamente intervengono sul tasso ufficiale di sconto (cioè il tasso con cui la stessa banca centrale presta denaro a tutte le altre banche).

Nei Paesi dell’area Euro, il QE è stato temporaneamente adottato nel 2015 dal governatore della BCE-Banca Centrale Europea Mario Draghi, che ha scelto un QE di tipo monetario basato su acquisti minimi di attività finanziarie (principalmente bond, sostenuti con aste di liquidità e non emettendo, invece, nuova moneta), radicalmente diverso da quello scelto dalla Banca centrale americana, la FED, che ha preferito utilizzare i tassi zero sul debito pubblico per attuare un programma di stimolo all’economia (mentre la Banca del Giappone aveva attuato acquisti anche di ETF, e quindi di equity, quando ricorreva al QE).

Questo tipo di interventi, risulta ancora una forma di attuazione degli indirizzi economici del monetarismo della Scuola di Chicago in attuazione delle teorie di Milton Friedman – a sua volta influenzato dal Nobel dell’economia 1984, l’austriaco Friedrich von Hayek (che aveva incentrato la sua opera principalmente sul liberismo di mercato e sul controllo della moneta e dell’inflazione da parte degli organismi pubblici come strumento di orientamento delle economie occidentali).

IL QUANTITATIVE EASING DI TIPO EUROPEO

In Europa la Banca Centrale di Francoforte ha provveduto in questi tre anni ad acquistare titoli di stato (bond pubblici o treasuries; ma anche, se del caso, obbligazioni di aziende private, quotate e non. In ogni caso un bacino circoscritto di titoli) come i nostri BOT e CCT, presentandosi alle aste come compratore per quantitativi elevati al fine di abbassare gli interessi medi di breve termine, e andando anche oltre fino a portare addirittura ad acquisti di attività a scadenza lunga (abbassando così gli interessi di lungo termine e portandoli, in sostanza, fuori dalla Curva dei rendimenti – che è il legame tra termini e rendimenti finanziari di un titolo obbligazionario).

L’obiettivo della BCE è stato perciò quello di iniettare moneta acquistando titoli di stato, aumentandone i prezzi e quindi diminuendone i rendimenti, in modo da ridurre gli interessi bancari su mutui, debiti di famiglie e imprese verso le banche (nel caso, ovviamente, che il rendimento dei titoli pubblici sia agganciato a quello dei treasuries).

Il QE europeo era iniziato con l’annuncio di Mario Draghi al World Economic Forum del 22/1/2015 di Davos che la BCE avrebbe effettuato acquisti, al ritmo di 60 miliardi di euro al mese, di obbligazioni pubbliche e private almeno fino al settembre 2016 (oppure se si fosse raggiunta la quota del 2% di inflazione) ed era il seguito dell’impegno di fare ‘qualunque cosa si rendesse necessaria’ per salvare l’unione monetaria (‘whatever it takes‘, la promessa fatta dallo stesso governatore della BCE durante la Global Investment Conference di Londra del 26 luglio 2012).

Dopo questa prima fase, il board dell’Eurotower di Francoforte aveva deciso di attuare la fase 2 del Quantitative Easing (detto QE2), prolungando fino al marzo 2017 gli stimoli monetari e continuando gli acquisti sempre con 60mld/mese. Infine nel marzo 2016 e nell’ottobre 2017 il QE veniva prima alzato a 80 mld/mese (marzo 2016) e poi prolungato fino al settembre 2018 (ottobre 2017, ma in quella data veniva deciso di abbassare la spesa a soli 30 miliardi al mese); infine il 14 giugno 2018 Mario Draghi annunciava la doppia misura di estendere il QE fino alla fine del 2018, riducendo però ancora l’iniezione (nell’ultimo trimestre) a 15 miliardi al mese.

LA DECISIONE DI MARIO DRAGHI DEL GIUGNO 2018

Se a giugno 2018 Draghi si è sentito sicuro di annunciare il tapering (riduzione) e quindi la fine del QE, è perché le condizioni monetarie nell’intera Eurozona sembrano migliorate e che quindi il Governatore della BCE si è sentito di adottare una politica monetaria ancora espansiva (anche vedendo l’andamento dell’euro, che si è allontanato dalla media di lungo periodo ed è calato in confronto al cambio con il dollaro).

La decisione di annunciare la fine definitiva del Quantitative Easing per dicembre 2018, è stata basata nonostante il fatto che nell’ultimo mese la curva dei rendimenti abbia avuto un forte balzo all’insu riuspetto al mese di aprile: ad eccezione dei bond a 11 e 15 anni (il cui rendimento è apparso invariato), molti investitori sembrano essersi spostati – in coincidenza dell’impennata dello spread BTP-BUND di fine maggio – dai treasuries italiani verso i Bund tedeschi.

Una circostanza che non sembra aver impensierito più di tanto Draghi nelle sue decisioni di politica monetaria.
Che il QE dovesse finire era comunque necessario e doveroso, visto che il rischio deriva proprio dalla sua efficacia, cioè che stimoli un’eccessiva inflazione a causa dell’aumento massiccio di offerta di moneta (e visto che, a un ciclo deflattivo, spesso segue sempre un pericoloso ciclo iper-inflattivo).

Il prolungarsi del QE (che ha ormai superato lo stanziamento globale di 2.500 miliardi di euro), porta poi a un annacquamento della misura stessa, che oltre una certa soglia non riesce più a influenzare l’economia, rivelandosi così una sorta di sgradevole ‘metadone’ finanziario: al 31 maggio 2018 la BCe aveva acquistato 485,6 mld/€ di titoli tedeschi, 396,7 mld/€ francesi, 345 miliardi di italiani.

E infatti i segnali di rallentamento della ripresa economica, visibili a metà del 2018 (uniti a una crescita significativa dei prezzi di energia e petrolio) hanno costretto il governatore Draghi ad annunciarne la fine in coincidenza della fine dell’anno, quando la stessa BCE – che rimarrà comunque sul mercato dei bond – dovrà gradualmente reinvestire i titoli acquistati.

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