RAPPORTO SUL MERCATO DEL LAVORO 2009-2010

Il rapporto di quest’anno analizza il comportamento del mercato del lavoro
durante la fase di recessione più grave dal secondo dopoguerra. I tratti
dell’ultimo ciclo presentano quindi elementi di specificità del tutto peculiari
alla fase storica attuale nel confronto con gli altri cicli del passato
(Approfondimento 1). Il punto di partenza da cui muove il rapporto è
quindi la lettura della crisi come momento di rottura rispetto ad un trend
storico. La profondità della crisi del 2009 ha implicazioni che vanno oltre il
semplice passaggio congiunturale che abbiamo attraversato, trasmettendo
alla ripresa appena avviata eredità di cui è ancora difficile cogliere
completamente le implicazioni (Capitolo 1).

Nel corso della crisi l’elasticità dell’occupazione al ciclo è stata relativamente
divaricata nei diversi paesi ma, in generale – almeno in Europa, meno negli
Stati Uniti – la dimensione delle perdite è risultata per lo più di entità
contenuta, una volta considerata la severità della recessione. Nel corso
dell’ultimo biennio vi è stato quindi un diffuso fenomeno di labour hoarding.
La recessione si è in buona misura tradotta in una caduta ciclica della
produttività del lavoro: le ore lavorate si sono ridotte meno del Pil. Ma
anche in una riduzione delle ore lavorate pro-capite: gli occupati cadono
meno del monte ore. L’Italia rientra a pieno titolo fra i paesi che hanno
evidenziato questo tipo di comportamenti; il caso più clamoroso è quello
della Germania, che non ha registrato alcuna riduzione dell’occupazione nel
corso della recessione (Capitolo 3).


In una certa m
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modificando in maniera repentina le priorità, ha comportato un
cambiamento di indirizzo anche nell’impostazione delle politiche del lavoro
(Approfondimento 4) rispetto alle strategie avviate sin dagli anni novanta,
e che avrebbero dovuto condurci a conseguire i target indicati dalla
strategia di Lisbona (Approfondimento 2).
Soprattutto nei paesi europei ha prevalso l’obiettivo di evitare il distacco fra
il lavoratore e il posto di lavoro, per prevenire uscite definitive, preludio
all’ingresso nella disoccupazione di lungo periodo e alla determinazione di
forme di isteresi della disoccupazione (Capitolo 4). Il buon esito delle
politiche adottate nel corso della fase più dura della recessione non chiude
però il dibattito: i tempi e la velocità della ripresa non paiono difatti
sufficienti per determinare un rapido riassorbimento degli occupati in
eccesso, soprattutto nell’industria (Capitolo 6). Tale circostanza apre la
questione di quale possa essere la direzione più opportuna per un’exit
strategy delle politiche del lavoro, che sappia limitare le conseguenze sociali
della crisi senza disincentivare le azioni di ricerca e di riqualificazione da
parte dei lavoratori coperti da forme di sussidio.
Secondo le previsioni presentate nel rapporto (Capitolo 6), le conseguenze
occupazionali della crisi non si sono del resto ancora completamente
esaurite. In Italia la domanda di lavoro, in termini di unità di lavoro
standard da contabilità nazionale, si riduce nel 2010 dell’1.4 per cento,
anche se la contrazione degli occupati resta ancora meno pronunciata (-0.4
per cento). In presenza di una moderata ripresa nella crescita delle forze di
lavoro (+0.6 per cento), si stima che nella media dell’anno il tasso di
disoccupazione si posizionerà all’8.7 per cento, due punti e mezzo al di
sopra del valore toccato nel 2007 prima che arrivasse la crisi.
L’analisi sviluppata nel rapporto mette in evidenza diversi elementi di
interesse.

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Un aspetto certamente rilevante è quello relativo al calo della partecipazione
verificatosi in reazione alla caduta della domanda di lavoro (Capitolo 2). La
caduta della partecipazione va così ad acuire il fenomeno della scarsa
dinamica dell’offerta di lavoro, legato ad una demografia sfavorevole
compensata solo dai crescenti afflussi di lavoratori immigrati. Il fenomeno è
stato particolarmente intenso al Sud, sulla scorta di un diffuso effetto di
scoraggiamento. La divaricazione territoriale nell’andamento della domanda
di lavoro si trasferisce sull’andamento dell’offerta, ampliando il divario fra
Nord e Sud.
Le peculiarità della crisi dal punto di vista macroeconomico hanno poi
dominato in una certa misura gli effetti della crisi in base alle caratteristiche
dei lavoratori. Una prima dimensione è quella settoriale: visto che la crisi è
stata più grave nei settori industriali, è anche in questi che si sono
osservate le maggiori perdite di occupati. Una seconda caratteristica
riguarda le tipologie contrattuali, visto che i lavoratori espulsi più
rapidamente dal processo produttivo sono stati quelli con contratti di lavoro
temporanei (Capitolo 3). Tali caratteristiche hanno prevalso sulle altre
dimensioni del mercato del lavoro, come ad esempio su quella di genere: la
crisi ha portato perdite occupazionali maggiori fra i maschi, più presenti
nell’industria e nell’edilizia; oppure sulla composizione in base al livello
d’istruzione, con perdite maggiori per i lavoratori con livelli d’istruzione
inferiori.
Uno dei tratti che risaltano in misura maggiore è relativo alle conseguenze
della crisi sulla base dell’età dei lavoratori. Si osservano difatti spiccati
effetti coorte, con una penalizzazione maggiore per i giovani. Di per sé è
usuale che nel corso delle fasi di crisi le opportunità si riducano in misura
sensibile per i lavoratori all’ingresso nel mercato e i giovani in particolare
risentono di maggiori difficoltà legate alla mancanza di esperienza
(Approfondimento 5). Nella fase attuale i giovani hanno anche risentito in
misura particolare della crisi per la loro maggiore presenza relativa nei
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settori dell’industria e delle costruzioni, oltre che per la maggiore diffusione
fra di essi dei contratti a termine.
Resta, infine, da chiedersi in che direzione muoversi per i prossimi anni.
Le riforme degli anni novanta hanno aumentato la flessibilità del mercato
del lavoro italiano; gli indicatori dicono che il nostro mercato non è meno
flessibile degli altri paesi europei (Approfondimento 3), anche in termini
di incidenza dei contratti di lavoro temporaneo. Occorre però aumentare la
spesa nelle politiche attive del lavoro, e mettere ordine nel sistema degli
ammortizzatori sociali.
Conta soprattutto prepararsi a soddisfare le domanda di lavoro dei prossimi
anni. Gli skill needs del prossimo decennio saranno diversi da quelli del
passato, con una polarizzazione crescente della domanda verso le figure di
livello più alto e verso le mansioni meno qualificate. Una forza lavoro
all’altezza delle esigenze del sistema produttivo è condizione necessaria per
evitare che la disoccupazione più elevata diventi strutturale, con effetti
negativi sulla crescita potenziale dell’economia (Capitolo 6).

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