Vogliamo dare casa ai giovani?

Il presente lavoro, nato dalla collaborazione tra il Sicet (Sindacato
Inquilini Casa e Territorio)1
e il Cnel2
, è il risultato di una ricerca il cui
obiettivo è cercare di esplorare da vicino il problema del disagio abitativo,
particolarmente sentito dalla fascia più giovane della popolazione. L’elevata
disoccupazione giovanile (specie al Sud) che caratterizza il nostro paese3
, i caratteri connaturati alle nuove tipologie contrattuali (primi fra tutti la
temporaneità e le minori tutele) ampiamente diffuse tra i giovani, la
scarsità di abitazioni economicamente accessibili, la difficoltà di accesso al
credito, rappresentano pesanti condizionamenti rispetto alla scelta di
intraprendere un percorso di vita autonomo, lasciando la casa genitoriale,
oppure di continuare a convivere con la propria famiglia di origine anche in
età adulta.

Purtroppo, a causa dei motivi sopra elencati, sempre più spesso
i ragazzi italiani sono costretti, loro malgrado, a ripiegare sulla seconda
opzione. È dunque importante cercare di comprendere, attraverso la viva
voce dei protagonisti, i vari aspetti inerenti il problema abitativo; problema
che, per l’appunto, si traduce in una protratta permanenza nella famiglia
d’origine per numero sempre maggiore di giovani e meno giovani. Non a
caso i sociologi, nel dar conto del fenomeno sempre più diffuso per il quale i
figli continuano a coabitare con i propri genitori anche in età adulta, o
mantenere con essi forti legami di dipendenza affettiva e soprattutto
economica anche dopo essersi creati una famiglia propria, hanno iniziato a
parlare di “famiglia lunga” (Donati e Scabini 1988) e di “sindrome del
ritardo” (Livi Bacci 1997). Peraltro il fenomeno della famiglia lunga, nella
quale si ritrovano a convivere due diverse generazioni di adulti (quella dei
genitori e quella dei figli), interessa la grandissima parte dei nuclei italiani,
visto che tra il 2003 e il 2007 gli italiani tra i 18 e i 39 anni che ancora
vivevano con propri genitori erano il 72,9%; mentre solo il 20,8% aveva
lasciato la famiglia d’origine (Istat 2009). Tale allungamento della fase di
transizione all’età adulta, oltre ad ostacolare la realizzazione di progetti di
vita autonoma, ha anche delle inevitabili ricadute a livello sociale: non solo

1
Dal 1997 il Sicet ha aderito alla Cisl e rientra tra le Associazioni collaterali.
2 Alla realizzazione dell’indagine ha contribuito anche la FelSa (Federazione Lavoratori
Somministrati Autonomi ed Atipici), una delle Federazioni di categoria della Cisl.
3 I dati Istat relativi al mese di febbraio 2010, per la fascia d’età 15 – 24 anni, evidenziano una
forte crescita della disoccupazione, che è arrivata alla soglia del 28,2% (+ 7,6% rispetto alla
media europea).
4
il matrimonio e la nascita del primo figlio sono sempre più posticipati, ma il
ritardo con quale i giovani italiani acquisiscono una piena autonomia ha
delle pesanti conseguenze in termini di immobilismo e stagnazione sociale,
dal momento che il protagonismo della famiglia italiana ostacola (o nel
migliore dei casi rallenta) i naturali processi di adattamento del sistema del
welfare e del mercato del lavoro ai cambiamenti della società (Sgritta
2002). Peraltro, tale ritardo contribuisce a comprimere l’offerta di lavoro da
5
Tab. 1 – La regione di residenza degli intervistati
Regione v.a. %
Piemonte 17 1,89
Lombardia 111 12,35
Valle D’Aosta 11 1,22
Friuli Venezia Giulia 24 2,67
Veneto 84 9,34
Liguria 58 6,45
Emilia Romagna 47 5,23
Toscana 119 13,24
Marche 30 3,34
Umbria 15 1,67
Abruzzo 6 0,67
Lazio 43 4,78
Campania 33 3,67
Puglia 57 6,34
Calabria 64 7,12
Basilicata 30 3,34
Sicilia 118 13,13
Sardegna 32 3,56
Totale 899 100,00
Fonte: SICET/FelSa 2009
In sintesi la ricerca era finalizzata a:
™ monitorare, in tutto il territorio nazionale, la condizione abitativa
degli under35;
™ approfondire la conoscenza dei problemi e delle aspettative di
questi giovani in vista della definizione di proposte e misure
capaci di avviare una più efficace azione di tutela di fronte al
problema della casa.
In totale i giovani intervistati dagli operatori del Sicet e della FeLSA
sono stati 899.
Per una migliore confrontabilità dei dati raccolti in contesti diversi e
per poter replicare l’indagine nei prossimi anni si è optato per uno
strumento standardizzato: ai giovani contattati è stato somministrato un
questionario strutturato che prevedeva, oltre alle consuete domande volte a
rilevare le caratteristiche socio-demografiche degli intervistati (età, genere,
città di residenza, etc.), 12 domande chiuse (con risposte precodificate tra
le quali l’intervistato doveva indicare una preferenza), e 7 domande aperte,
relative alle spese sostenute mensilmente per l’affitto o il pagamento della
6
rata di mutuo dell’abitazione ed alle aspettative/richieste degli intervistati in
merito al problema della casa.
Le domande, volte a tracciare le opinioni degli intervistati rispetto
alle issues investigate, sono state articolate nelle seguenti sezioni:
™ Condizione familiare e lavorativa: questa sezione è riservata
alla ricostruzione della condizione familiare dell’intervistato e
della sua situazione lavorativa anche da un punto di vista
contrattuale.
™ Condizione abitativa: la sezione è dedicata alla rilevazione di
informazioni volte a definire il tipo di abitazione in cui vivono gli
intervistati (casa in affitto o di proprietà), il tipo di
contratto/mutuo eventualmente stipulato, l’importo
dell’affitto/mutuo, la zona di ubicazione dell’abitazione, etc.
™ Aspettative e bisogni: in questa sezione si è cercato di
analizzare i problemi dei giovani rispetto al problema della casa,
approfondendo altresì le opinioni di questi ultimi circa la
possibilità e le modalità con cui migliorare il disagio abitativo.
™ Domande di struttura per la rilevazione dei dati socioanagrafici
degli intervistati (genere, età, nazionalità, titolo di
studio, comune di residenza).
Ultimata la rilevazione, i dati, inseriti in un data base, sono stati
sottoposti alle opportune procedure di controllo, al fine di esaminare la
plausibilità dei valori presenti in matrice. Si è quindi passati alle operazioni
di pre-trattamento delle variabili; operazioni preliminari ad ogni procedura
di analisi dei dati. Nello specifico si e proceduto a:
ƒ ricodificare le categorie delle variabili le cui modalità
presentavano eccessivi squilibri: sono state individuate eventuali
sproporzioni nella distribuzione dei dati fra le categorie delle
variabili originarie e si quindi proceduto alle opportune
trasformazioni (ad esempio, aggregando le categorie con un
numero eccessivamente ridotto di casi) necessarie per sottoporre
le stesse alle successive analisi;
ƒ costruire nuove variabili a partire da quelle già presenti in
matrice.
7
Dopo aver opportunamente trattato i dati, si è proceduto all’analisi
degli stessi. Relativamente alla fase di analisi dei dati è possibile distinguere
tre momenti.
A livello di analisi monovariata, è stata esaminata la plausibilità dei
valori presenti in matrice e sono stati corretti i dati manifestamente
incoerenti; si è proceduto ad un opportuno trattamento delle distribuzioni
eccessivamente squilibrate, riducendo il grado di sensibilità4
di alcune
variabili in base all’affinità semantica fra le categorie e al numero dei casi
relativi alle stesse.
A livello di analisi bivariata, oltre ai necessari controlli di congruenza
finalizzati all’accertamento di combinazioni poco probabili o contrarie alla
logica, è stata accertata l’esistenza di relazioni fra coppie di variabili
stimandone la forma, l’intensità e la genuinità in base alle tecniche
consuete: rispettivamente i coefficienti di significatività statistica, i
coefficienti di associazione statistica e l’analisi multivariata. A questo livello
di analisi sono state infatti controllate le relazioni intercorrenti fra le variabili
giudicate significative a livello bivariato.
2 Le caratteristiche degli intervistati
Come si è già anticipato, per rilevare l’incertezza che
contraddistingue l’esistenza di molti giovani alle prese con il problema della
casa, e quindi con l’impossibilità di intraprendere progetti di vita autonomi,
sono state realizzate 899 interviste ad under35 residenti nel nostro paese.
Chiaramente l’indagine offre solo uno spaccato di questa realtà – non si
tratta, infatti, di un’indagine campionaria, avendo interessato solo quei
giovani che nell’arco di tempo preso in considerazione dalla ricerca
(settembre – dicembre 2009) si sono rivolti ad uno sportello del Sicet o
della FeLSA – ma presenta comunque significativi spunti di riflessione ed un
quadro, sia pur parziale, delle difficoltà, delle necessità e delle aspettative
di tutti quei giovani che quotidianamente si confrontano con un problema
centrale nell’esistenza di una persona qual è, appunto, quello della casa.

4 La sensibilità di una classificazione è determinata dal rapporto fra il numero delle categorie
stabilite dal ricercatore e il numero effettivo delle modalità con cui si manifesta l’oggetto o il
fenomeno materia della classificazione.
8
Poste queste premesse, e considerato che una risposta ai bisogni ed
alle necessità abitative avanzate dai giovani che vivono in Italia non può
prescindere da una conoscenza puntuale dei loro percorsi anagrafici,
biografici e lavorativi, è basilare iniziare l’analisi dall’esame delle
caratteristiche fondamentali degli intervistati.
È innanzitutto interessante sottolineare una presenza piuttosto
significativa di cittadini stranieri: il 15,4% del totale. In prevalenza si tratta
di persone provenienti da paesi dell’Europa dell’Est (37,7% – dati fuori
tabella) e dall’Africa (30,4%); cui seguono intervistati sud-americani
(18,1%) ed asiatici (13,8%). Si tratta di una percentuale considerevole che
lascia trapelare un dato importante: oltre ai giovani, gli immigrati
rappresentano l’altro grande gruppo che vive situazioni di disagio
nell’accesso alla casa. Non è certo un caso che si tratta delle due categorie
sociali più vulnerabili all’interno del mercato del lavoro: come si è già
sottolineato, e come si avrà modo di evidenziare ulteriormente nelle pagine
che seguono, il nesso tra precarietà lavorativa e disagio abitativo sembra
essere piuttosto chiaro. Nel caso dei giovani stranieri si è peraltro in
presenza di un ulteriore problematicità, dal momento che spesso questi
giovani devono superare la diffidenza e i pregiudizi dei proprietari di casa
che non vogliono affittare agli immigrati oppure devono accettare di pagare
canoni a prezzi maggiorati rispetto a quelli del mercato. Ciononostante,
troppo spesso, devono accontentarsi di alloggi fatiscenti e nei quali vivere in
condizioni di sovraffollamento. Per questo sottogruppo di intervistati, ci
sono dunque gli estremi per parlare una doppia discriminazione data
dall’essere giovani e dall’essere stranieri.
Rispetto al genere si registra un leggero squilibrio nel panel degli
intervistati, essendo quest’ultimo composto in più della metà dei casi da
giovani donne (52,8% – graf. 1).
9
Graf. 1 – Distribuzione del genere (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Va comunque precisato che, la composizione del panel non fa
registrare scostamenti di particolare rilievo tra gli intervistati che hanno
risposto al questionario e la popolazione di riferimento (l’insieme dei giovani
d’età compresa tra i 18 e 35 anni residenti in Italia al 2009): in quest’ultimo
caso gli uomini rappresentano il 50,7% del totale e le donne il 49,3%5
.
Anche rispetto all’età gli scarti tra la popolazione di riferimento ed il
panel di ragazzi effettivamente intervistati sono abbastanza contenuti: la
classe dei più giovani (18-23 anni), così come quella dei più adulti (30-35
anni) sono, rispettivamente, sottostimate del 2,2% e del 4%; mentre la
fascia intermedia (24-29 anni) ha un’incidenza maggiore di quella effettiva
(+6,1%).
Tab. 2 – Distribuzione delle classi d’età (%)
popolazione panel differenza
18-23 anni 27,9 25,7 -2,2
24-29 anni 31,9 38,0 +6,1
30-35 anni 40,3 36,3 -4,0
Totale 100,0 100,0
Fonte: SICET/FeLSA 2009 – ISTAT 2009
In ogni caso, non essendo stato adottato un campione probabilistico,
non è possibile inferire i risultati della ricerca all’intera popolazione di
riferimento, dal momento che non essendo applicabile il calcolo delle

5 Cfr. demo.istat.it.
10
probabilità non si ha la possibilità di valutare a livello probabilistico il
margine di errore dei risultati conseguiti. Tuttavia, dati gli obiettivi della
ricerca, orientati all’analisi delle relazioni fra una serie di variabili
d’interesse (caratteristiche socio-culturali degli intervistati e disagio
abitativo), tale inconveniente non inficia il valore dell’indagine.
Una variabile che ben caratterizza il panel degli intervistati è il livello
di scolarizzazione, che è piuttosto elevato: il 22,5% di essi è laureato,
mentre il 60,1% ha conseguito il diploma di scuola superiore; il 17,4% si è
invece fermato alla scuola media inferiore.
Graf. 2 – Distribuzione del titolo di studio (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Nel dettaglio, i ragazzi risultano essere meno scolarizzati delle
ragazze, che hanno conseguito una laurea nel 26% dei casi (i laureati
uomini sono il 18,6% – dati fuori tabella). Al di là delle differenze di genere,
complessivamente, il livello di scolarizzazione degli intervistati è comunque
decisamente superiore alla media nazionale: difatti, secondo i dati
dell’ultimo Censimento (2001), in Italia l’incidenza dei laureati sulla
popolazione tra i 20 e i 34 anni è pari al 8,1%.
Un livello d’istruzione medio-alto difficilmente, però, si traduce in
una solida condizione lavorativa: se si escludono gli studenti, che
rappresentano un quarto del panel (25,6% – graf. 3), solo il 16,6% degli
intervistati ha un contratto a tempo indeterminato. Al contrario, la gran
parte dei giovani ha un lavoro “a tempo”: i più fortunati lavorano con un
contratto a tempo determinato (15,9%), mentre i più devono accontentarsi
11
di un lavoro precario (26,3%). Ad essi si aggiunge una consistente quota
d’intervistati in attesa di un’occupazione (15,6%).
In proposito, differenze significative si riscontrano tra le diverse aree
geografiche del Paese: anche in questo caso emerge l’annosa questione
della spaccatura fra le regioni del Nord e quelle del Sud. Nel Meridione,
dove sono minori le opportunità di lavoro, i giovani tendono a prolungare gli
studi (tra i giovani che risiedono nelle regioni del Sud e nelle Isole gli
studenti sono il 41,6% – dati fuori tabella), mentre laddove vi sono maggiori
possibilità di lavoro la quota degli studenti diminuisce sensibilmente (22,1%
nel Nord-Est, 17,2% al Centro e 9,2% nel Nord-Ovest). Parallelamente,
man mano che si passa dalle regioni del Nord a quelle Sud diminuisce la
quota dei lavoratori a tempo indeterminato: 28,7% nel Nord-Ovest, 23,4%
nel Nord-Est, 14,2% al Centro e 8,3% nel Sud e nelle Isole.
Graf. 3 – Distribuzione della condizione professionale (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
In un quadro generale caratterizzato da incertezza e vulnerabilità, la
fragilità è declinata soprattutto al femminile, avendo le donne maggiori
difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro ed essendo impiegate più spesso
degli uomini con i contratti strutturalmente più deboli, che offrono cioè
meno tutele e garanzie. Queste ultime, infatti, nel 17,7% dei casi sono in
12
attesa di un impiego (vs il 13,3% degli uomini – dati fuori tabella) e più
difficilmente hanno un lavoro a tempo indeterminato (13,4% rispetto al
20,3% degli uomini).
Infine, che la temporaneità dell’occupazione non sia più un
fenomeno che investe principalmente giovani e giovanissimi alle prime
esperienze di lavoro è evidenziato dal peso crescente della componente
adulta: ad eccezione dei più giovani (18-23 anni), tra i quali prevalgono
nettamente gli studenti (61,9% – tab. 3), nelle successive classi d’età si
ravvisa una forte incidenza di lavoratori precari o di persone in cerca di
un’occupazione. Nello specifico, quasi il 20% di quanti hanno un’età
compresa tra i 24 e i 29 anni è alla ricerca di un impiego; tra chi invece un
lavoro ce l’ha, solo il 10,8% ha un contratto a tempo determinato. Nei
restanti casi si tratta di lavoratori con un contratto a tempo determinato
(21%) o di precari (26,4%), cui si aggiunge una quota considerevole di
giovani ancora alle prese con gli studi (21,9%).
Ma anche tra coloro che hanno più di 30 anni la situazione non
migliora in modo significativo: anche se la quota di lavoratori a tempo
interminato arriva al 32,7%, la maggior parte di questi giovani-adulti non
può contare su una continuità lavorativa (e quindi economica). Il 16% degli
over30 ha, infatti, un contratto a tempo determinato e il 35,8% è un
lavoratore precario; mentre una percentuale significativa di essi (12,3%) al
momento dell’intervista era alla ricerca di un impiego.
Tab. 3 – Distribuzione della condizione professionale per l’età (%)
18-23 anni 24-29 anni 30-35 anni Totale
In attesa di occupazione 14,3 19,8 12,3 15,6
Studente 61,9 21,9 3,1 25,6
Lavoratore a tempo determinato 7,8 21,0 16,0 15,8
Lavoratore a tempo indeterminato 3,0 10,8 32,7 16,7
Lavoratore precario 13,0 26,4 35,8 26,3
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: SICET/FelSa 2009 – ISTAT 2009
Ovviamente, essendo stati intervistati giovani che si sono rivolti ad
uno sportello del Sicet – e dunque alle prese con una difficoltà abitativa – o
della FeLSa è probabile che la composizione del panel ne sia stata
influenzata e che la quota di giovani con una condizione lavorativa incerta
13
abbia un peso preponderante. Ciò non toglie che il precariato e la questione
abitativa rimangono problemi aperti per i giovani italiani.
Un dato è dunque evidente: tra i diversi fattori socio-strutturali che
nel corso degli ultimi decenni hanno contribuito ad innalzare l’età
dell’autonomia abitativa dei giovani italiani, o quantomeno a rendere questo
passaggio problematico, la precarietà del lavoro riveste un ruolo
determinate, anche a fronte del costo proibitivo raggiunto dalle abitazi
14
A riprova del fatto che solitamente i giovani italiani lasciano la
propria famiglia in primo luogo per contrarre matrimonio6
, tra coloro che
non vivono più con i genitori prevalgono i coniugati (21,9%), seguiti dai
single (15%) e dai conviventi (11,5%).
Soprattutto nel Mezzogiorno il matrimonio è il primo motivo che
spinge i giovani ad uscire dalla famiglia di origine: ben il 65,2% dei giovani
che vi risiede vive con i propri genitori (tab. 4), rispetto al 47,2% degli
under35 che vivono nel Nord-Ovest, il 42,7% di quanti vivono al Centro e il
38,9% dei residenti nel Nord-Est7
. Peraltro, proprio in quest’area del Paese
si registra la più alta percentuale di giovani che vivono soli (22,1% vs il
17,6% del Centro, il 15,9% del Nord-Ovest e il 9,7% del Sud e delle Isole).
È comunque necessario precisare che a vivere soli sono soprattutto i
cittadini stranieri: il 29,5% a fronte del 12,2% dei giovani di nazionalità
italiana (dati fuori tabella).
Tab. 4 – Distribuzione del tipo di nucleo familiare per le aree geografiche (%)
Nord-Ovest Nord-Est Centro Sud ed
Isole Totale
Vive con i genitori 47,2 38,9 42,7 65,2 51,7
Sposato/a 22,6 24,8 26,1 17,7 21,9
Convivente 14,4 14,1 13,6 7,4 11,5
Single 15,9 22,1 17,6 9,7 15,0
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Sempre nel Mezzogiorno, sono pochi i giovani che scelgono la strada
della convivenza (7,4%).
Ovviamente, sulla scelta di continuare a coabitare con i propri
genitori o di andare vivere da soli, o con il proprio partner, ha un peso
determinate la condizione professionale dei giovani intervistati, dal
momento che la mancanza di un’occupazione, così come un’occupazione
precaria, mal si conciliano con progetti di autonomia abitativa. Difatti, oltre
ai giovani studenti, è proprio all’interno di queste categorie che si
riscontrano percentuali rilevanti di intervistati che vivono all’interno del
nucleo familiare di origine: si tratta, rispettivamente, del 66,9% di quanti

6
Stando all’ultimo rapporto annuale dell’Istat i 18-34 anni che vivono con i genitori sono il
60,2%. In particolare, quasi il 30% dei 30-34enni vive ancora in famiglia; una quota triplicata
dal 1983.
7 Il dato è coerente con quanto emerso da un’indagine Istat dedicata alla famiglia su dati
raccolti nel 2003 e aggiornati al 2007, stando a quale il 57,5% dei giovani lascia la casa dei
genitori solo nel momento in cui contrae matrimonio (Istat 2009).
15
sono in attesa di un’occupazione e del 39,9% dei lavoratori precari (dati
fuori tabella).
3 La condizione abitativa
La situazione abitativa italiana ha sempre presentato dei tratti atipici
rispetto agli altri paesi europei e la tendenza storica ha sempre confermato
la propensione degli italiani a considerare la casa il “bene-rifugio” per
eccellenza: nel nostro paese le famiglie proprietarie dell’abitazione in cui
vivono sono quasi sette su dieci (68,5%, pari a 16,9 milioni; cfr. Istat
2010)8
. Nondimeno dall’indagine emerge un dato quasi specularmente
opposto: gli intervistati che vivono in una casa di proprietà sono il 37% del
totale (cfr. graf. 5), a fronte del 63% degli affittuari.
Graf. 5 – Distribuzione del tipo di abitazione (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Tuttavia, se si considera che il panel è costituito esclusivamente da
giovani con meno di 35 anni il dato è meno sorprendente di quanto non
possa sembrare ad un primo impatto. La questione abitativa ha difatti
subito una serie di evoluzioni, frutto delle trasformazioni sociali che hanno
investito il Paese negli ultimi decenni, e da tipico problema delle fasce meno
abbienti della popolazione si è trasformata in un’urgenza dai contorni molto
più complessi: sempre più spesso la domanda di alloggi viene da persone

8
I dati fanno riferimento al 2008.
16
che, pur non rientrando nei tradizionali parametri di povertà, non riescono
comunque ad accedere al mercato della casa. Questo gruppo eterogeneo di
persone, nel quale rientrano anche gli anziani soli e le famiglie
monoparentali, è per l’appunto costituito soprattutto da lavoratori atipici,
cittadini stranieri, studenti e giovani coppie: categorie sociali che senza un
consistente aiuto della famiglia d’origine, difficilmente hanno la possibilità di
acquistare una casa di proprietà. Infatti, per accedere ad un mutuo sono
necessarie tutta una di garanzie che raramente un giovane è in grado di
offrire. Non a caso anche l’Istat rileva che l’affitto è diffuso soprattutto tra le
persone sole con meno di 35 anni e tra le giovani coppie senza figli9
.
Non bisogna inoltre dimenticare che gli intervistati sono persone che
si sono rivolte agli sportelli di un sindacato che patrocina e promuove i
diritti legati all’abitare: è ipotizzabile che siano coloro che vivono in affitto
ad avere maggiore necessità di assistenza e tutela rispetto a quanti vivono
in una casa di loro proprietà. Di qui la percentuale di affittuari largamente
superiore al dato nazionale.
Vivono in case di proprietà soprattutto i giovani del Meridione
(35,7% – dati fuori tabella) e del Nord-Ovest (29,8%). Tale dato, più che a
differenze legate a diverse condizioni di accesso al mercato immobiliare
nelle diverse regioni del Paese (disponibilità di alloggi, valori immobiliari,
etc.), sembra essere direttamente riconducibile al nucleo familiare di
appartenenza degli intervistati. Difatti, come si ricorderà, proprio nelle
regioni del Meridione e nel Nord Ovest risiede la percentuale maggiore di
giovani che vive con i genitori (cfr. tab.4); condizione che, per ovvie
ragioni, aumenta la probabilità di vivere in una casa di proprietà piuttosto
che in affitto.
Come si evince con chiarezza dal grafico 6, tra quanti vivono in una
casa di proprietà, la grande maggioranza dei casi è costituita da giovani che
ancora non hanno lasciato la famiglia di origine (68,2%), seguiti a distanza
dai coniugati (19,9%); mentre è assolutamente minoritaria la quota dei
giovani conviventi e single (rispettivamente 4,4% e 7,5%).

9 Si tratta del 30,6% degli under35 e del 24,7% delle giovani coppie senza figli (Istat 2010).
17
Graf. 6 – Distribuzione della condizione abitativa per il tipo di nucleo
familiare (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Simmetricamente la percentuale di conviventi e di single aumenta
tra gli affittuari (16,2% e 19,9%).
4 I giovani che vivono in una casa di proprietà
I proprietari di un’abitazione nella maggior parte dei casi risiedono in
un appartamento (70% – graf. 7), mentre un terzo degli intervistati (30%)
vive in un’abitazione singola. I dati si discostano di 15,1% punti percentuali
dal dato nazionale10, ma bisogna sempre tener presente quanto già
evidenziato in precedenza: l’aver intervistato giovani che si sono rivolti alle
sedi Sicet ha in parte influito sulla composizione del panel. Di norma, infatti,
sono le persone che vivono in un appartamento, e quindi in un condominio,

10 Le famiglie italiane che vivono in un appartamento sono il 54,9%, mentre il 38,1% vive in
ville, villini o casali unifamiliari o plurifamiliari con accessi indipendenti (Istat 2010).
18
ad avere maggiori questioni da dirimere e dunque ad avere più bisogno di
consulenza e servizi.
Graf. 7 – La distribuzione del tipo di abitazione di proprietà (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Quanto alla tipologia abitativa presso la quale vivono gli intervistati,
gioca un ruolo di rilievo il fatto di stare ancora o meno con i propri genitori:
risiedono in case singole il 35,2% dei giovani che ancora non hanno lasciato
la famiglia di origine; percentuale che scende a circa il 21% nel caso dei
coniugati e dei conviventi (rispettivamente 21,9% e 21,4%) e all’9,5% nel
caso dei single (dati fuori tabella). La ragione è facilmente intuibile: se non
si considerano appartamenti di particolare prestigio, solitamente questi
ultimi hanno un costo inferiore rispetto a quello di ville e villini (che
generalmente hanno una metratura superiore a quella di un appartamento)
e sono quindi più abbordabili per un giovane. Si può inoltre immaginare che
i single, così come le giovani famiglie/coppie abbiano meno bisogno di
spazio, almeno fintantoché non arrivano dei figli.
La gran parte di quanti risiedono in una casa di proprietà vive in
periferia (43,8% – graf. 8); i restanti casi di distribuiscono equamente tra il
centro (28,4%) e le zone residenziali (27,8%).
19
Graf. 8 – Distribuzione della zona abitativa (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Ovviamente, esiste una chiara corrispondenza tra il tipo di abitazione
presso la quale risiedono gli intervistati e l’ubicazione della stessa: il 81,7%
degli intervistati che risiede in centro vive in un appartamento; percentuale
che scende di dodici punti percentuali tra i residenti delle periferie (69,7%)
e del 20,5% tra quanti vivono in zone residenziali (61,2% – tab.5).
Tab. 5 – Distribuzione del tipo di abitazione in proprietà per la zona abitativa (%)
Centro Residenziale Periferia Totale
Appartamento 81,7 61,2 69,7 70,6
Casa singola 18,3 38,8 30,3 29,4
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Viceversa, man mano che ci si sposta dal centro alla periferia e ai
quartieri residenziali aumenta il numero di giovani che vivono in abitazioni
singole.
20
L’abitazione presso la quale vivono più di sei giovani su dieci è stata
acquistata (74,1% – graf. 9), anche se il 35,7% di essi (o i loro genitori) al
momento dell’intervista stava ancora pagando un mutuo. Nei restanti casi
la casa è stata direttamente costruita dai proprietari (13,1%) o ereditata
(12,8%).
Graf. 9 – Distribuzione delle modalità di acquisizione dell’abitazione (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Per quanto riguarda gli intervistati attualmente gravati dal
pagamento di un mutuo, la grande maggioranza di essi si è orientata verso
il tasso fisso (60,2% – dati fuori tabella), manifestando una chiara
preferenza per una programmazione certa del piano di pagamento del
proprio alloggio. Scelta per molti aspetti condivisibile se si considera c
21
crescere della durata dello stesso: il 61,9% di quanti vivono in un’abitazione
acquistata con un mutuo dalla durata più che quindicennale ha scelto
pagamenti a tasso fisso; viceversa, ha scelto il tasso variabile il 44,7% di
chi ha acceso un mutuo di durata inferiore ai 15 anni.
Tab. 6 – Distribuzione del tipo di tasso per la durata del mutuo (%)
Fino a 15 anni Più di 15 anni Totale
Tasso fisso 55,3 61,9 59,4
Tasso variabile 44,7 38,1 40,6
Totale 100,0 100,0 100,0
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Sempre per quanto riguarda la durata del mutuo, come era
prevedibile, questa è più lunga tra gli under35 che hanno iniziato un
percorso di vita autonomo, e quindi tra le giovani coppie spostate o
conviventi, piuttosto che tra gli intervistati che vivono ancora con la
famiglia di origine e dove è più probabile che i risparmi messi da parte nel
corso degli anni abbiamo consentito a queste ultime di accedere a mutui
dalla durata non eccessivamente lunga. Al contrario, le giovani coppie, agli
inizi del loro percorso lavorativo, a meno che non siano sostenute
economicamente dai genitori, hanno sicuramente meno disponibilità in tal
senso e sono pertanto costrette ad accendere mutui di più lunga durata:
sono infatti gravati da un mutuo di almeno 15 anni più della metà degli
intervistati coniugati (dati fuori tabella).
Gli intervistati che hanno manifestato una maggiore propensione al
rischio e che hanno preferito orientarsi verso il tasso variabile risiedono
soprattutto nelle regioni del Nord: il 52,4% dei giovani e delle loro famiglie
che vivono nel Nord-Est e il 51,7% di quanti vivono nel Nord-Ovest (graf.
10).
Graf. 10 – Distribuzione del tipo di tasso per le aree geografiche (%)
22
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Al Centro e nel Meridione è invece più marcata la predilezione per i
mutui a tasso fisso (74,1% e 61,3%).
5 I giovani che vivono in una casa in affitto
Come si è anticipato nel paragrafo precedente, date le modalità di
costruzione del panel (under35 che si sono rivolti agli sportelli delle sedi
nazionali Sicet-FeLSA), gli intervistati che vivono in affitto rappresentano la
maggioranza assoluta, raggiungendo il 63% del totale (vedi graf. 5).
L’indagine ha infatti coinvolto una particolare categoria di persone, per le
quali l’affitto rappresenta una scelta quasi obbligata rispetto alla proprietà:
giovani, perlopiù precari, che oltretutto devono confrontarsi con un mercato
che negli ultimi anni ha visto aumentare significativamente i costi degli
alloggi e i tassi d’interesse dei mutui.
Nella quasi totalità dei casi questi intervistati risiedono in un
immobile del quale è proprietaria una persona fisica (72% – dati fuori
tabella); seguono gli inquilini di abitazioni intestate ad una società (4,9%), i
residenti di immobili pubblici (3,8%), dell’ex Iacp (3,6%) e del comune
(2%)11.
In sette casi su dieci (71% – graf. 11) gli intervistati hanno
dichiarato di vivere in un appartamento.
Graf. 11 – Distribuzione del tipo di alloggio in affitto (%)

11 Il complemento a cento è costituito dal 13,7% di intervistati che non hanno indicato i
proprietari dell’immobile presso il quale risiedono in affitto.
23
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Tuttavia, trattandosi di giovani non è infrequente che l’affitto pagato
sia relativo ad una stanza (19,3%) o, addirittura, ad un posto letto (9,7%).
Tale condizione interessa principalmente gli studenti con meno di 25 anni:
nel 60,4% dei casi sono loro a pagare l’affitto per una stanza; percentuale
che sale al 70,6% quando si tratta dell’affitto di posti letto (dati fuori
tabella).
La gran parte degli intervistati ha stipulato con il proprietario
dell’immobile nel quale vive un contratto di locazione (82,2% – graf. 12),
anche se rimane comunque significativa la quota di giovani che pagano un
affitto in nero (17,8%).
Graf. 12 – Distribuzione della condizione contrattuale degli affittuari (%)
Fonte: SICET/FeLSA 2009
24
Peraltro è bene tenere presente che se anche la maggioranza degli
intervistati ha un contratto di affitto, non tutti sono regolarmente registrati.
Lo è il 59,2%; mentre gli intervistati che hanno stipulato un contratto, che
però non è stato registrato sono 14,4% e il 26,4% di essi, pur dichiarando
di aver redatto un contratto di affitto con il locatore, non ha specificato se
tale contratto è stato effettivamente registrato (dati fuori tabella). È
opportuno ricordare che tali irregolarità, oltre a negare agli affittuari
garanzie di durata e stabilità nell’affitto, si traducono in tutta una serie di
mancate opportunità e benefici fiscali sia per i locatari sia per i locatori, che
non possono avvalersi delle detrazioni previste dalle legge.
Non sorprende che le condizioni d’irregolarità siano diffuse
soprattutto tra i giovani che hanno preso in affitto una stanza o un posto
letto. Nel primo caso gli intervistati senza contratto sono il 28,7% (tab. 7),
mentre il 23,8% ha un contratto non registrato; nel secondo caso le
percentuali, attestandosi, rispettivamente, al 60% e al 28%, svelano con
chiarezza una situazione di vera e propria illegalità diffusa.
Tab. 7 – Distribuzione del tipo di alloggio in affitto per la condizione contrattuale
degli affittuari (%)
Appartamento Stanza Posto letto Totale
Senza contratto 9,4 28,7 60,0 18,1
Con contratto 27,1 7,9 4,0 21,1
Registrato 56,4 39,6 8,0 48,3
Non registrato 7,2 23,8 28,0 12,5
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Per coloro che possono contare su un contratto di affitto, tra le
diverse tipologie prevale quello a canone libero, della durata di 4 anni e
rinnovabile per uguale periodo (39,7% – graf. 13); il 20,6% degli
intervistati ha un contratto a canone calmierato della durata di 3 anni e
rinnovabile per altri 2; i contratti di locazione rivolti agli studenti, con una
durata minima di 6 mesi e massima di 3 anni, sono il 14,2%; il 7,2% degli
intervistati non ha alcun obbligo di pagamento di un affitto, potendo
avvalersi di un contratto di comodato (un contratto cioè essenzialmente
25
gratuito)12; il 7% dei contratti è di tipo transitorio, della durata non inferiore
ad 1 mese e non superiore ai 36 mesi; mentre il 6% ha un contratto
stipulato con un ente pubblico. Infine, una percentuale residuale di
intervistati (5,3%) ha un contratto di affitto non riconducibile alle principali
tipologie in uso.
Graf. 13 – Distribuzione del tipo di contratto (%)
5,3
6,0
7,0
7,2
14,2
20,6
39,7
0,0 5,0 10,0 15,0 20,0 25,0 30,0 35,0 40,0 45,0
altro
pubblico (ex IACP)
transitorio (1-18
mesi)
comodato
studente (6-36 mesi)
concordato (3+2)
libero (4+4)
%
Fonte: SICET/FeLSA 2009
I costi degli affitti sono molto variabili, anche in funzione delle
diverse aree del Paese. I canoni relativi ad un’abitazione di circa 65 mq
sono riportati nella tabella 8: gli affitti meno cari sono quelli rilevati nelle
città di Palermo (dove il canone minimo è di 350 euro e quello massimo di
750 euro), Catania (400-660 €), Bari (550-750 €), Torino (460-800 €) e
Genova (530-900 €).

12 In realtà questo tipo di contratto potrebbe nascondere un illecito, non essendo infrequente il
pagamento di un corrispettivo anche nel comodato.
26
Tab. 8 – I costi degli affitti di un appartamento di 65 mq nei principali capoluoghi
italiani (€)
Min Max
Roma 600,00 1.800,00
Milano 550,00 1.800,00
Bari 550,00 750,00
Venezia 545,00 1.550,00
Bologna 540,00 1.160,00
Genova 530,00 900,00
Firenze 500,00 1.250,00
Torino 460,00 800,00
Napoli 450,00 1.300,00
Catania 400,00 660,00
Palermo 350,00 750,00
Fonte: SICET/FeLSA 2009
Negli altri casi, si può arrivare a pagare cifre superiori a 1.000 euro.
Addirittura a Roma e Milano si arriva anche ad un massimo di 1.800 euro.
Di fronte a queste cifre ben si comprende come per un giovane, che
molto probabilmente ha un lavoro precario e mal pagato, prendere una casa
in affitto è praticamente impossibile. Si consideri che chi ha un reddito lordo
annuo di 15.000 euro, per poter affittare una casa a Palermo, ad un costo
minimo di 350 €, deve spendere il 28% del proprio reddito; percentuale che
può addirittura arrivare al 44% per una casa a Milano e al 48% per una a
Roma (sempre ammesso che si riesca a trovare una casa a prezzi più bassi
presenti sul mercato).
I costi delle stanze tendenzialmente rispecchiano l’andamento
rilevato nel caso delle abitazioni, anche se le spese di affitto sono maggiori
laddove sono presenti importanti atenei (tab. 9). Sono infatti soprattutto gli
studenti universitari ad alimentare questo tipo di mercato, così come quello
dell’affitto di singoli posti letto (tab. 10).
Tab. 9 – I costi degli affitti di una stanza nei principali capoluoghi italiani (€)
Min Max
Roma 400,00 530,00
Firenze 350,00 400,00
Milano 300,00 500,00
Bologna 300,00 520,00
Venezia 280,00 500,00
Genova 250,00 370,00
27
Torino 200,00 350,00
Napoli 200,00 300,00
Bari 200,00 350,00
Palermo 190,00 250,00
Catania 170,00 200,00
Fonte: SICET/FeLSA 2009
La città più cara per l’affitto di una stanza è Roma (400-530 €);
seguono Firenze (350-400€), Bologna (300-520€) e Milano (300-500 €). Al
contrario le città meno care sono i due capoluoghi siciliani: Catania (170-
200 €) e Palermo (190-250 €).
Tab. 10 – I costi degli affitti di un posto letto nei principali capoluoghi italiani
28
nazionale. Difatti, garantire ai giovani l’accesso alla casa, significa
agevolarne l’inserimento nella società, evitando il protrarsi dell’adolescenza
fino a ben oltre i 30 anni e consentendo loro di assumersi delle
responsabilità; nonché di poter accedere ad offerte di lavoro non
necessariamente circoscritte al loro comune di residenza.
L’inchiesta ha evidenziato come soprattutto nella fascia d’età
compresa tra i 25 e 35 anni si concentri il “problema casa”. Il costo degli
alloggi rispetto ai redditi e la precarietà sono i due principali fattori che
contestualmente concorrono ad una permanenza oltremodo tardiva dei
giovani italiani nella casa dei genitori, o quantomeno rendono
particolarmente gravosa la scelta di lasciare la famiglia di origine. A tali
criticità si aggiunge l’assenza di politiche strutturate volte a rispondere in
modo adeguato alla questione abitativa e a rimuovere gli ostacoli che
impediscono alle giovani generazioni di acquistare, o semplicemente
affittare, una casa.
Ma quali sono le richieste avanzate dai giovani? Quali risposte
vorrebbero da parte delle istituzioni? Quali iniziative potrebbero favorirne
progetti di autonomia e d’indipendenza? L’ultima sezione del questionario è
stata appunto pensata per tentare di dare una risposta a queste domande e
cercare di capire in che modo poter sostenere concretamente i giovani
nell’accesso ad un’abitazione.
In primo luogo è stata chiesta agli intervistati un’opinione circa
l’attuale situazione dei giovani rispetto alle opportunità abitative presenti
nel nostro paese. Quasi tutte le risposte hanno sottolineato il nesso, più
volte evidenziato nelle pagine precedenti, tra tre variabili chiave: la
precarietà del lavoro, l’indisponibilità di alloggi a prezzi accessibili e il
ritardo nei processi di autonomizzazione.
Il costo proibitivo delle case e degli affitti rispetto ai redditi percepiti
dai giovani italiani, fa sì che questi ultimi non siano in grado di definire
progetti di vita che non siano limitati al brevissimo periodo. Soprattutto tra
gli under35 si va sempre più allargando la cosiddetta “area grigia”,
costituita da persone che pur potendo contare su un reddito vivono
condizioni di disagio abitativo o perché non riescono a trovare un’abitazione
adeguata a costi accessibili o perché impossibilitate dal costo eccessivo del
canone d’affitto o della rata del mutuo a mantenere la casa in cui vivono13.

13 Stando ai dati del Ministero dell’Interno il numero degli sfratti nel nostro paese è in costante
crescita: tra il 2007 e il 2008 i provvedimenti emessi sono passati da 43.869 a 52.033, le
29
In particolare, rientrano in quest’area grigia gli anziani, le famiglie
monoreddito o monogenitoriali, gli immigrati, i lavoratori precari e, per
l’appunto, i giovani (Penza 2009).
Per valutare le effettive difficoltà che incontrano i giovani
nell’accedere al mercato della casa, basti considerare che in Italia più di un
collaboratore su due ha meno di 35 anni: in altre parole per tutte queste
persone è molto difficile riuscire ad avere accesso al credito e garantire una
continuità nei pagamenti, dal momento che tale continuità è incompatibile
con la loro condizione professionale che accanto periodi di attività può
alternare fasi di non lavoro. Per tale ragione, le importanti misure messe in
atto dal Governo per favorire l’acquisto di un’abitazione da parte dei
giovani14, andrebbero accompagnate da interventi altrettanto significativi
volti ad agevolare l’accesso al mercato dell’affitto.
In sintesi, l’insieme delle risposte dei giovani intervistati ha
evidenziato i seguenti aspetti:
ƒ l’incertezza che contraddistingue l’esistenza di molti giovani
lavoratori, costretti a subire contratti lavorativi strutturalmente
deboli, che offrono poche tutele e garanzie;
ƒ i costi insostenibili sia per l’affitto sia per l’acquisto di una casa;
ƒ l’assenza delle istituzioni che ignorano, o nella migliore delle
ipotesi, sottovalutano il problema della questione abitativa tra la
popolazione under35;
ƒ una limitazione della mobilità territoriale per chi vuole perseguire
opportunità di studio e di lavoro al di fuori del proprio comune di
residenza, cui consegue un irrigidimento del mercato del lavoro;
richieste di esecuzione da 109.446 a 138.443 e gli sfratti eseguiti da 22.468 a 24.959. Anche
per il 2009 le stime del Sicet confermano il trend crescente: i provvedimenti emessi sarebbero
61.000, le richieste di esecuzione 167.000e gli sfratti eseguiti 27.450.
14 Con la legge n. 133 del 6 agosto 2008, modificata dalla legge finanziaria 2010, a partire dal
settembre dello stesso anno, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento
della gioventù, “è stato istituito un Fondo per l’accesso al credito per l’acquisto della prima
casa da parte delle giovani coppie o dei nuclei familiari monogenitoriali con figli minori, con
priorità per quelli i cui componenti non risultano occupati con rapporto di lavoro a tempo
indeterminato. La complessiva dotazione del Fondo di cui al primo periodo è pari a 4 milioni di
euro per l’anno 2008 e 10 milioni di euro per ciascuno degli anni 2009 e 2010”. “Con decreto
del Ministro della gioventù, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il
Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, d’intesa con la Conferenza unificata, ai sensi
dell’articolo 3, comma 3, del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sono disciplinati,
fermo restando il rispetto dei vincoli di finanza pubblica, i criteri per l’accesso al Fondo di cui al
primo periodo e le modalità di funzionamento del medesimo, nel rispetto delle competenze
delle regioni in materia di politiche abitative”.
30
ƒ la crescente difficoltà a rendersi autonomi dalla propria famiglia
di origine e conseguente impossibilità ad avviare percorsi di vita
autonomi.
Se questo è il quadro generale, che definisce i contorni del problema,
nel dettaglio i giovani intervistati hanno evidenziato tutta una serie di
problematiche, dalle quali non si può prescindere se si vuole arrivare alla
definizione di valide strategie d’intervento.
In particolare, dall’esame delle interviste emergono alcune difficoltà
ricorrenti:
ƒ una cronica scarsità di alloggi da poter affittare a costi
contenuti, specie nelle aree metropolitane e nei grandi
comuni;
ƒ l’offerta di abitazioni in pessime condizioni che spesso
costringono a vivere nel degrado e nell’insicurezza;
ƒ il proliferare del mercato degli affitti in nero, soprattutto tra
gli studenti universitari fuori sede e gli immigrati;
ƒ la scarsità di affitti concordati.
Non ci si è comunque limitati a chiedere ai giovani quali fossero
problemi e difficoltà in merito alla loro esperienza abitativa, ma si è cercato
di stimolarne suggerimenti e proposte volte a migliorare la loro condizione.
Le indicazioni degli intervistati possono ricondursi a due dimensioni, una di
carattere strutturale, nella quale rientrano gli interventi volti a migliorare le
condizioni lavorative e contrattuali dei giovani; l’altra, più specifica,
comprende tutte quelle strategie d’intervento indirizzate in modo esplicito
alla risoluzione del “problema casa”. In questo secondo caso le misure
proposte possono ricondursi a due diversi ambiti:
ƒ rilancio delle politiche abitative, anche attraverso il
potenziamento dell’edilizia residenziale pubblica e dell’edilizia
sociale;
ƒ definizione di strumenti normativi e fiscali finalizzati a
facilitare il pagamento dell’affitto e dei mutui, ma anche
l’emersione degli affitti in nero.
Nel dettaglio, rispetto a quest’ultimo punto le richieste avanzate dai
giovani sono piuttosto chiare e dettagliate. Innanzitutto, gli intervistati
ritengono che lo Stato dovrebbe favorire la diffusione dell’affitto, rendendo
31
la locazione un’alternativa realmente possibile rispetto alla proprietà. Più
specificatamente si richiedono misure volte ad incentivare gli affitti a
canone concordato, magari attraverso una modifica della l. 431/98 che
disciplina le locazioni di immobili ad uso abitativo; un aumento delle
detrazioni nell’affitto, in modo da favorire l’emersione del mercato nero e
l’introduzione dell’intermediazione immobiliare pubblica. Non manca, infine,
chi si è appellato alle tradizionali politiche di tipo assistenziale e volte al
trasferimento di contributi (i cosiddetti “buoni casa”).
È tuttavia opportuno tener presente che misure di questo tipo, pur
essendo previste (si pensi agli sgravi fiscali riservati a chi affitta agli
studenti universitari), troppo spesso, forse anche per la loro limitatezza15,
non sono osservate. È pertanto evidente la necessità che incentivi e misure
volte a garantire la diffusione dell’affitto siano accompagnate da un
controllo sistematico circa l’effettivo rispetto delle stesse.
Infine, confermando la tendenza degli italiani a privilegiare la
proprietà rispetto all’affitto, alcuni giovani intervistati ritengono che gli
interventi pubblici debbano in qualche modo calmierare gli interessi sui
mutui; mentre altri sono favorevoli alla politica dei contributi per l’acquisto
della prima casa.

15 Per gli inquilini che hanno stipulato o rinnovato il contratto di affitto relativo all’abitazione
principale, ai sensi della l. 431/98 è prevista una detrazione di 300 euro se il reddito non
supera 15.493,71 euro e di 150 euro se il reddito complessivo è compreso tra i 15.493,71 e i
30.987,41 euro. Per redditi superiori a questa cifra non è prevista alcuna detrazione.
Nel caso di contratti cosiddetti “convenzionali”, è possibile detrarre 495,80 euro per redditi
inferiori a 15.493,71 euro, oppure 247,90 euro se il reddito complessivo è compreso tra i
15.493,71 e i 30.987,41 euro.
Agli inquilini con un’età compresa tra i 20 e i 30 anni e che hanno stipulato un contratto di
locazione ai sensi della l. 431/98, nel caso in cui l’unità immobiliare sia diversa da quella
destinata ad abitazione principale dei genitori, spetta una detrazione di 991,60 euro se il
reddito complessivo non supera i 15.493,71. Tale detrazione d’imposta spetta per i primi tre
anni dalla stipula del contratto. Per redditi superiori a 15.493,71 non è prevista alcuna
detrazione.
Infine, i lavoratori dipendenti che, nei tre anni precedenti a quello di richiesta della detrazione,
hanno trasferito la propria residenza nel comune di lavoro o in un comune limitrofo a non
meno di 100 Km di distanza dal quello in cui risiedevano o, in ogni caso, al di fuori della
propria regione, hanno diritto ad una detrazione di 991,60 euro se il loro reddito non supera i
15.493,71 euro o di 495,80 euro per redditi compresi tra i 15.493,71 e i 30.987,41 euro.
32
Riferimenti Bibliografici
Donati P., Scabini E. (a cura di), 1988, La famiglia “lunga” del giovane
adulto, Vita e Pensiero, Milano.
Istat, 2009, Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le
criticità nei percorsi di vita femminili.
Istat, 2010, L’abitazione delle famiglie residenti in Italia. Anno 2008,
Famiglia e società – Statistiche in breve.
Istat, 2010, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2009.
Livi Bacci M., 1997, Abbondanza e scarsità. Le popolazioni d’Italia e
d’Europa al passaggio del millennio, Il Mulino.
Livi Bacci M., 2008, Avanti giovani alla riscossa. Come uscire dalla crisi
giovanile in Italia, Bologna, il Mulino.
Penza S., 2009, Nuovi tratti della questione abitativa. Il ruolo degli
operatori privati nell’ambito della “nuova urbanistica” dei Piani Strutturali,
Cittalia – Fondazione Anci Ricerche.
Sgritta G. B., 2002, La transizione all’età adulta: la sindrome del ritardo, in
Osservatorio nazionale sulle famiglie e le politiche sociali di sostegno alle
responsabilità familiari, vol.I, Bologna, Il Mulino.

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